Occhi di bambola

07.02.2022
articolo

Circa un anno fa mi fu chiesto di raccontare ad alcuni bambini in cosa consiste il mestiere dell’industrial designer. Qualche giorno prima del nostro incontro, per introdurre l’argomento in modo pratico e giocoso, chiesi loro di progettare un giocattolo e di rappresentarlo in varie viste illustrandone tutte le principali caratteristiche tramite disegni e brevi annotazioni.
A conclusione dell’incontro tutti i bambini furono invitati a mostrare i giocattoli progettati, fra questi c’era un bambino che aveva disegnato un bel personaggio, un supereroe, di cui però non andava particolarmente fiero perché gli occhi, a suo dire, non erano riusciti sufficientemente bene.
Ricordo che quello che per lui rappresentava in quel momento un grosso problema si trasformò immediatamente in un interessante spunto di riflessione.
Gli raccontai come effettivamente il volto di un personaggio sia la parte più difficile da disegnare e come dai tratti del viso e dalle espressioni facciali dipendano la personalità e le emozioni che gli si possono attribuire; gli raccontai di quanto tempo e cura richieda disegnare gli occhi di una bambola o di un animaletto giocattolo e persino di un qualsiasi oggetto che si voglia rendere “animato”, essendomi trovata più di una volta a svolgere questo compito.

Gli occhi, grazie alla loro espressività, effettivamente hanno un ruolo centrale nella comunicazione non verbale. Il cervello umano è particolarmente sensibile al pattern rappresentato da occhi e bocca, tanto da riconoscere volti anche in oggetti inanimati (pareidolia facciale) e riuscire ad attribuire loro delle emozioni (come nel caso delle emoticon).

Non stupisce dunque il fatto che moltissimi giocattoli per la prima infanzia – anche quelli che rappresentano oggetti inanimati come telefoni, radioline, trapani, specchietti e così via – siano resi vivi, simpatici e attraenti da un bel paio di occhietti allegri e sorridenti.

Chatter Telephone, Fisher Price, 1961
photo by Sally V

Di contro però, proprio perché un volto così caratterizzato non lascia alcun dubbio nell’interpretazione delle emozioni ad esso associate, le bambole Waldorf hanno i tratti del viso poco definiti.
Si tratta di bambole di stoffa, generalmente realizzate a mano, le cui caratteristiche rimandano alla pedagogia steineriana; i tratti del volto sono ridotti al minimo in modo che il bambino, grazie alla propria immaginazione, possa attribuire alla bambola qualsiasi emozione.

Waldorf Dolls
photo by Nina Veiga

Non pensate però che le bambole che chiudono gli occhi, che ridono e che piangono siano un’invenzione recente!
Gli occhi mobili nelle bambole si diffusero in Francia già intorno al 1825 a seguito del brevetto di Jean Maelzel che consisteva in un contrappeso applicato agli occhi che consentiva di controllarne il movimento manualmente tramite una cordicella interna che poi usciva all’altezza della vita.
Già a partire dalla metà del XIX secolo inoltre venivano prodotti bambolotti a più facce. Oggi non sono molto diffusi, dunque la stessa idea di una bambola a più facce può sembrare alquanto bizzarra e inquietante, eppure nell’Ottocento venivano realizzati questi bebè con la testa girevole sulla quale erano rappresentate contemporaneamente diverse espressioni (generalmente da due a quattro) come viso ridente, pianto, viso imbronciato, dormiente. Veniva mostrata una faccia alla volta mentre le altre erano nascoste da una cuffietta o da una parrucca.
A partire dal 1860 vennero fabbricate anche bambole con teste intercambiabili; solitamente, tra queste teste, una era particolarmente curata nei dettagli e nei materiali (ad esempio con occhi di vetro) mentre le altre erano meno preziose nelle rifiniture ma variavano nell’espressione del volto.


Gli occhi delle bambole sono anche lo specchio del periodo storico a cui appartengono.
Un chiaro esempio di questo, non troppo lontano nel tempo, è rappresentato dagli occhi di Barbie. Prendiamo come riferimento la prima Barbie del 1959: i suoi occhi non solo seguono la moda del momento nel trucco ma anche nell’espressione e ci comunicano un atteggiamento civettuolo e sottomesso tipico dell’epoca; ma lo sguardo nel tempo si trasforma e la stessa Mattel afferma che nel 1971, grazie al movimento femminista, con Barbie Malibu volle dare una nuova idea di donna; Barbie, oltre ad una splendida abbronzatura, per la prima volta da quando è stata ideata, ha finalmente uno sguardo diretto e rivolto in avanti.

“Thanks to the groundswell of the feminist movement and female empowerment, her sparkling blue eyes faced-forward for the first time.”
Mattel


First edition of brunette Barbie doll from 1959.
photo https://en.wikipedia.org/wiki/Barbie#/media/File:MattelBarbieno1br.jpg



A dimostrazione di quanto influiscano gli occhi (e per la verità anche il trucco) nella percezione di una bambola, concludo questo post con l’interessante lavoro di Sonia Singh, un’artista australiana che ha ideato il progetto Tree Change Dolls. L’artista recupera tutte quelle bambole che potremmo definire “fashion dolls” e che non sono più utilizzate e dà loro una nuova vita e una nuova identità.

Tree Change Doll
by Sonia Singh


Le trasforma nell’aspetto per renderle meno star, meno appariscenti e all’ultima moda; la sua operazione consiste nella rimozione del colore originale che costituisce il volto della bambola e nella realizzazione, tramite pittura, di nuovi occhi, più dolci, nuove labbra, più delicate e talvolta nell’aggiunta di qualche lentiggine sulle guance rosee.
In realtà l’artista non si limita a questo, ne ripara le parti danneggiate e le veste con nuovi abiti creati da lei, per preparare le bambole, altrimenti destinate alla discarica, a nuove fantastiche avventure.



BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • PIETRO PIRAINO PAPOFF, Bambola giocattolo eccellente, Kalós, 2019
  • http://www.barbiemedia.com/about-barbie/history/1970s.html
  • https://treechangedolls.tumblr.com/about

FEATURED IMAGE
Photo by Eduardo Goody on Unsplash


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4 responses to “Occhi di bambola”

  1. Giovanna says:

    Ciao Dorotea, ma che bello! Articolo molto interessante. Io trovo bellissime le Waldorf Dolls!

    Saluti da Torino
    Giovanna

    • Dorotea says:

      Ciao Giovanna,
      grazie per il messaggio. Conoscevi già le bambole Waldorf o le hai scoperte adesso leggendo il post?
      Alla prossima,
      Dorotea

  2. Sara says:

    Ciao!
    Avevo visto le bambole Waldorf molte volte, ma non sapevo si chiamassero così e che vi fosse una vera e propria metodologia pedagogica dietro.

    Grazie per queste preziose informazioni!

    • Dorotea says:

      Ciao Sara,
      Grazie per il commento!
      Mi fa piacere che hai scoperto qualcosa di nuovo grazie al post. Le bambole Waldorf non sono gli unici giocattoli steineriani, magari in qualche post futuro ne inserirò degli altri.

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